Luisa Bossa

"E non c'è nessun motivo per non pensarlo ancora". Bella la chiusura del pezzo, Chiara Geloni



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  • #63 – Il mio no

    costituzione

    05/08/16

    Dopo un’attenta riflessione, la mia scelta, per il prossimo referendum costituzionale, è per il no. Si tratta di un orientamento maturato nel ragionamento di merito, con riguardo ai vari aspetti dell’assetto istituzionale che uscirebbe dalla riforma. Non è un no polemico, non è un no contro il governo. E’ un no ad una riforma che – come tutte – contiene elementi positivi ed elementi negativi ma che, nell’insieme, soprattutto nel combinato col sistema elettorale, rischia a mio parere di portare indietro il Paese, con un bicameralismo confuso, con un nuovo Senato di fatto non elettivo, con un sistema che rischia di funzionare meno e non di più.

    Trovo positivo che si sia lasciata ai componenti del Pd la possibilità di avere ciascuno la propria idea e di esercitarla, nella libertà di coscienza. Per chiarire bene la posizione, con altri nove parlamentari democratici orientati a votare no, abbiamo stilato un documento, che pubblico integralmente e su cui avremo modo, nelle prossime settimane, di confrontarci.

    NOI PARLAMENTARI PD PER IL NO AL REFERENDUM

    I firmatari di questo documento sono parlamentari del PD che voteranno no al prossimo referendum costituzionale. Con la consapevolezza che la propria è posizione in dissenso da quella deliberata dal PD, ma nella convinzione che essa possa essere da noi assunta grazie al carattere liberale dello statuto del partito, il quale mette in conto che non si dia un vincolo disciplinare quando sono in gioco principi e impianto costituzionale. Una posizione, la nostra, che confidiamo possa essere doppiamente utile. Da un lato, contribuendo a centrare il confronto sul merito della riforma, anziché su pregiudiziali posizioni di schieramento, come un po’ tutti, a cominciare dal PD, dichiarano di auspicare. Dall’altro, ritenendo che non siano pochi, tra elettori e militanti democratici, coloro che coltivano una opinione diversa da quella “ufficiale” del partito, pensiamo sia bene che essi abbiano voce. Circostanza che conferisce autorevolezza e forza al PD come grande partito pluralistico, inclusivo e appunto liberale. Sinteticamente, le motivazioni del nostro no sono le seguenti:

    1) le priorità in agenda. È nostra convinzione che le riforme costituzionali, pur necessarie, non rappresentino la priorità in agenda. Di più: che da gran tempo è invalsa l’abitudine – una sorta di alibi per la classe politica – di imputare alla Costituzione la responsabilità di insufficienze che semmai vanno intestate alla politica e all’amministrazione; nonché di spostare tutta l’attenzione dall’esigenza di dare attuazione a principi e diritti scolpiti nella Carta alla ingegneria costituzionale in una sorta di frenesia riformatrice;

    2) legittimazione o, meglio, autorevolezza di questo parlamento. Conosciamo la sentenza n. 1 del 2014 che autorizza l’operatività del parlamento ancorché eletto con il Porcellum dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma una cosa è la sua operatività ordinaria, altra cosa è la riscrittura di ben 47 articoli della Costituzione, un ridisegno della sua seconda parte (per altro già rinnovata in taluni suoi articoli), per il quale si richiederebbero ben altra autorevolezza e forse un più esplicito mandato da parte degli elettori. Abbiamo la memoria corta: dopo l’esito delle elezioni politiche del 2013, dalle quali non è sortita una maggioranza, era opinione unanime che si dovesse dare vita a un governo istituzionale che portasse entro un anno a nuove elezioni, non a governi o a una legislatura costituenti;

    3) metodo. È profilo cruciale. Le revisioni costituzionali sono materia parlamentare per eccellenza. Nel nostro caso, l’intero processo è stato ideato, gestito, votato dal governo, per altro facendo appello a motivazioni giuste ma francamente incongrue rispetto alla portata della riforma quali la riduzione dei costi. Un protagonismo esorbitante e improprio del governo, non privo di gravi conseguenze. Tra le quali quella di non giovare al fine di raccogliere una maggioranza larga, quale si conviene alla riscrittura della Legge fondamentale della Repubblica; quella inoltre di smentire il solenne impegno a non ripetere l’errore del passato di riforme varate da una stretta maggioranza di governo; quella infine di porre l’ennesimo, insidioso precedente foriero di altri futuri strappi da parte di maggioranze politiche contingenti, in un tempo che ci suggerisce di non escludere, per il futuro, governi dal segno illiberale. E ancora: quella di porre le premesse per un referendum costituzionale il cui oggetto slitta dal quesito di merito formale al quesito implicito sul sì o no al governo, dunque un plebiscito. Anche a motivo della non omogeneità dell’oggetto, come prescrive la giurisprudenza costituzionale e, prima ancora, l’art. 138 la cui “ratio” chiaramente sottintende revisioni mirate e puntuali;

    4) il merito. In estrema sintesi, la nostra opinione è che la riforma non riesca a perseguire gli obiettivi dichiarati: di semplificazione e di conferimento di efficienza e di efficacia al sistema istituzionale. Più specificamente, essa disegna un bicameralismo confuso – va da sé che siamo favorevoli al superamento del bicameralismo paritario – nel quale il Senato, privo per altro di adeguata autorevolezza e rappresentatività, rischia semmai di costituire un ulteriore ostacolo al processo decisionale (davvero si pensa che il problema sia quello di fare più celermente nuove leggi, anziché quello di farne meno e di scriverle meglio?); un procedimento legislativo farraginoso e foriero di conflitti; un Senato la cui estrazione locale mal si concilia con le rilevanti competenze europee e internazionali affidategli; una esorbitante ricentralizzazione nel rapporto Stato-regioni che revoca il principio/valore delle autonomie ex art. 5 della Carta (paradossalmente ignorando l’esigenza di ripensare le regioni ad autonomia speciale); una complessiva alterazione degli equilibri, delle garanzie e dei bilanciamenti di cui si nutre il costituzionalismo tutto a vantaggio del governo, un vantaggio ulteriormente avvalorato dall’Italicum; il conferimento ai futuri consiglieri regionali e sindaci senatori dell’istituto dell’immunità sino a oggi riservato ai soli rappresentanti della nazione in senso proprio;

    5) elettività dei senatori. Nell’ultimo e decisivo passaggio della riforma al Senato la questione più dibattuta fu quella della sua elettività, motivata in ragione delle competenze ad esso assegnate – dalle leggi di revisione costituzionale alla materia comunitaria sino alla ratifica dei trattati internazionali – che palesemente presuppongono senatori eletti direttamente dai cittadini in quanto fonte della sovranità nazionale. Ne è sortita una elaborata mediazione sul testo che di fatto rinvia la questione a una legge elettorale (del Senato) ordinaria di attuazione. Sul punto, vi fu l’intesa di fare precedere il referendum costituzionale da un impegnativo atto politico se non dalla messa a punto di una bozza di tale legge attuativa, della quale non si ha più notizia. Rilasciando così nell’incertezza la cruciale questione della elettività dei senatori;

    6) infine una ragione politica, che riguarda il PD e, più complessivamente, l’evoluzione del sistema politico. Non è un mistero che, anche a motivo della impropria drammatizzazione politica della questione, si attende il referendum come uno spartiacque. Al punto che vi è chi rappresenta il fronte del sì come il laboratorio di uno schieramento o addirittura di un partito che muova dal PD, ma che vada oltre il PD. Una sorta di partito unico di governo, posizionato al centro, che si concepisce come alternativo alla destra e alla sinistra. Una prospettiva, per noi, tre volte sbagliata: perché snatura il confronto referendario; perché allontana il sistema politico dalla fisiologia di una competizione tra centrodestra, centrosinistra e 5 Stelle; perché altera il profilo costitutivo del PD quale partito di centrosinistra, ancorché non presuntuosamente autosufficiente, nel solco dell’Ulivo. Quel profilo e quell’assetto che, alle recenti amministrative, nel quadro di una bruciante sconfitta, ha consentito al PD di vincere la partita a Milano.

    La nostra posizione per il no può riuscire utile sotto un altro, decisivo profilo. Quello delle gestione delle conseguenze a valle di una eventuale bocciatura della riforma. Il nostro è un no di merito alla riforma. La circostanza che anche elettori e militanti del PD possano avere contribuito al no non autorizzerebbe a stabilire un improprio automatismo: no alla riforma=crisi di governo. Qualcuno di sicuro lo sosterrà, anche perché, non certo noi, ma il premier, sbagliando, ha contribuito ad avvalorare tale tesi. Un automatismo che noi contestiamo, con il nostro no, rigorosamente distinto dal no al governo, che, lo ripetiamo, esula completamente dalle nostre intenzioni.

    Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiutti, Walter Tocci, Luisa Bossa, Angelo Capodicasa, Franco Monaco

  • # 62 – Non una guerra, peggio

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  • # 61 – Piovono pietre sulla nostra storia

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  • #60 – Un mondo che non si cura dei bambini è perduto

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    Il futuro si disegna negli occhi dei nostri bambini. Prende la forma del loro sorriso, l’odore delle loro paure, il profilo dei loro dubbi, la forza delle loro certezze. Si nutre si energia, il futuro del mondo, intendo, quello dell’umanità. Cammina su quelle gambe incerte, proprio quelle su cui loro stessi non camminano ancora. I bambini sono motore di futuro e di vita. Per questo,…

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  • #59 – Dopo di loro, ciascuno di noi

    Cattura
    Il pensiero fisso del genitore di un bambino disabile è una domanda che diventa un tormento: “Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me, quando io non ci sarò più?”. Non è solo una paura, è la certezza che quel mondo di cure, di amore disinteressato, quella capacità di accoglienza verso una vita che non riesce ad essere autonoma, e che solo un genitore…

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  • #58 – Procida, battaglia di civiltà

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    Stamattina, insieme al sindaco di Procida, Dino Ambrosino, ho incontrato Joseph Polimeni, commissario di governo per la sanità in Campania. A lui abbiamo portato l’allarme e la preoccupazione della popolazione di Procida riguardo al nuovo Piano di programmazione della rete ospedaliera della Regione Campania. In questo atto, com’è ormai noto, si prevede la soppressione del Pronto soccorso 24 ore attivo da 30 anni sull’isola e…

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Lettera Aperta - Archivio Completo

Luisa Bossa


Biografia Minima


Sposata, tre figli, è insegnante di latino e greco.


Attiva nel volontariato sociale, ha militato nel Movimento per la Pace e nel Movimento Internazionale per la Riconciliazione.


È stata Sindaco di Ercolano dal 1995 al 2005 ottenendo dall’Unicef il riconoscimento di “Sindaco difensore dei bambini”.


Ha promosso il Patto Territoriale del Miglio d’Oro per lo sviluppo e la valorizzazione dell’area vesuviana costiera. Già presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio.

Membro del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli Affari Esteri.
Consigliere regionale della Campania dall’aprile 2005 e presidente della VI Commissione regionale permanente: istruzione e cultura, politica sociale, attività per il tempo libero.

E’ stata componente della Commissione Affari sociali.
Attualmente membro della Commissione Parlamentare Antimafia
e della Commissione Cultura e Istruzione.
Nel febbraio 2013 è stata rieletta deputato al Parlamento per il Partito Democratico.

 

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