#101 – La memoria del nostro popolo

#101 – La memoria del nostro popolo

Torniamo dopo un’estate calda, in tutti i sensi, e riprendiamo il nostro dialogo.

Sale più di un brivido lungo la schiena a leggere le cronache di queste settimane sulle vicende dei migranti in Italia; a leggere i commenti sui social, le dichiarazioni di alcuni uomini politici, il tono di certe operazioni come quella a piazza Indipendenza a Roma, lo stato del dibattito pubblico su una vicenda di uomini e donne coi loro bambini che, come succede dalla notte dei tempi, direi da Giuseppe e Maria, che con amore collochiamo sul presepe ogni anno, si mette in cammino sulla terra per cercare la salvezza.

Perché la migrazione questo è.

Sale più di un brivido lungo la schiena a vedere come sembri smarrita anche la memoria di sé, delle proprie radici. Gli italiani dovrebbero sapere meglio di altri cosa significa chiudere le proprie cose in una valigia (di cartone, un tempo) e andare. Lo sappiamo dai primi del Novecento. Abbiamo riempito di cognomi italiani gli Stati Uniti d’America, dove basta farsi un giro nei cinema o nelle sale da concerto o perfino nei luoghi della politica per vedere quanti si chiamano con un cognome italiano (da Al Pacino a Stallone, da De Niro a Coppola, a Mario Cuomo). Abbiamo chiesto e ottenuto accoglienza in Belgio, nelle miniere; in Germania, in Sud America. E ancora oggi, migliaia di ragazzi lasciano le nostre famiglie e si muovono nel mondo in cerca di un riconoscimento, di chi dia un valore al loro talento.

Ma la nostra sembra non essere migrazione. Rifiutiamo perfino il termine. Migranti sono solo gli altri, quelli che vengono qui a “invaderci”. Non riusciamo a vedere il filo che collega tutte le vicende umane, quando appunto umanamente le persone lasciano una condizione di disagio e sfidano il destino, mettendosi in cammino.

Forse è il caso di ripartire proprio da qui, da questo elementare tassello di civiltà del dibattito. Siamo uguali, facciamo le stesse cose. Chi sta peggio di noi si mette in cammino e viene qui. E noi che stiamo peggio di altri ci mettiamo in cammino e andiamo altrove.

Questo, ovviamente, non significa che il fenomeno dello spostamento degli uomini da un luogo all’altro non vada organizzato e gestito. E’ evidente che le società strutturate non possono reggere impatti copiosi e che devono darsi un assetto, altrimenti si corre il rischio di far saltare economie e comunità.

Di sicuro, le società occidentali appaiono, in questo momento, incapaci di gestire un cambiamento mondiale di fase. Guerre, fame, decenni di sottosviluppo mettono in movimento le persone dalle zone povere e dilaniate. E’ ineludibile. Ma bisogna organizzarsi. Ci vorrebbe una risposta europea, anzi occidentale. Ci vorrebbe una capacità di cooperazione globale. Ci vorrebbe un lavoro concertato nei paesi in via di sviluppo e sui nostri territori. Una vicenda così complessa non si affronta certamente né con il buonismo del venite pure tutti né, però, coi fucili e coi bombardieri, con la polizia e il grugno, o con gli sgomberi forzati che spostano i migranti da un palazzo e li mettono per strada, acuendo i problemi invece di risolverli.

La grande questione della migrazione si affronta come sistema e con gli strumenti della politica. Mi sembra che siamo ancora lontani dal farlo. Intanto, però, se sistemiamo almeno il principio di base, quell’elemento culturale condiviso che ci fa comunità, forse riusciamo anche a vedere le cose per quello che sono: non nemici ma uomini in cerca di un destino migliore. Esattamente come noi.


Luisa Bossa

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