#102 – Cronache di un pensiero di dominio

#102 – Cronache di un pensiero di dominio

Vengono i brividi a leggere le cronache di questo scorcio di fine estate, soprattutto quelle che riguardano nuovi episodi di violenza sulle donne. Lo stupro di Rimini, a opera, a quanto pare, di un branco di ragazzi stranieri, tra cui tre minori. Poi la violenza denunciata a Firenze da due studentesse americane, che vedrebbe protagonisti due carabinieri in servizio. In mezzo altri episodi: il caso di Mugnano, con la ragazza 24enne morta a seguito di una lite con l’ex fidanzato, ora agli arresti domiciliari. Copioni che raccontano ogni volta una storia diversa e al tempo stesso uguale. Una storia diversa per le circostanze ma uguale per quell’humus culturale dove il gesto violento viene allevato all’ombra di un pensiero primitivo di dominio, di uso del corpo femminile, di malinteso senso del possesso, addirittura di minimizzazione della brutalità o della violenza stessa che si va a commettere, come se in fondo fosse sempre una cosa di poco perché poco vale la vita di chi viene dominato.

Compare, in tutta evidenza, una gigantesca questione educativa, che forse viene anche prima della necessaria repressione, del controllo del territorio, della tutela della vittima, della irrinunciabile giustizia che deve in ogni caso e tempestivamente agire anche per risarcire la società della violenza fatta a tutta la comunità. L’urgenza, però, in un contesto civile, è sempre fermare il gesto violento prima che sia compiuto, e non dopo. Su questo bisogna interrogarsi e su questo vanno trovate soluzioni. Ciò può avvenire solo facendo un lavoro profondo sul pensiero, sulla coscienza, sulla cultura dei ruoli, sulla conoscenza, e quindi sull’educazione, sulla pedagogia dei sentimenti e dei generi, sul riconoscimento delle emozioni, sul rispetto della persona in quanto persona.

C’è davvero tanto da fare in questo senso. Pensiamo anche a tutto il dibattito che si è scatenato intorno a questi gravi episodi di violenza. La strumentalizzazione della vicenda migranti, per esempio, rispetto allo stupro di Rimini, come se ci fosse una correlazione diretta tra la presenza di profughi sul nostro territorio ed episodi di quella brutalità, come se si potessero legare i destini dei popoli ai gesti di singoli, o come se si potesse inchiodare tutti alla colpa di uno. O, per contrasto, la leggerezza con cui viene raccontato lo stupro delle due ragazze americane a Firenze, come se ubriacarsi significasse dare il via libera a qualunque uso del corpo inerme, o come se indossare una divisa non determinasse una responsabilità ancora maggiore, di tutela e mai di approfittamento, o se un uomo adulto che corre in soccorso di una ragazza straniera e non in sé non avesse il dovere morale, anche l’urgenza della dignità, di un gesto di aiuto e non di predazione.

Sono davvero innumerevoli le riflessioni che nascono a margine di questa sequenza di fatti e aprono, ciascuna per suo conto, in modo come detto diverso eppure eguale, uno squarcio su tanto pensiero sotterraneo, tanta cultura nascosta, che è poi il brodo nel quale prendono forma tanti gesti violenti di maschi sulle femmine, di ex compagni su donne che li hanno amati, su ex mariti o ex fidanzati, o su qualunque figura maschile che si sente autorizzata a esercitare un dominio brutale. E’ la cultura, mi viene ancora una volta da dire, il terreno su cui agire. La conoscenza. La coscienza. In questo senso, è battaglia di tutti, battaglia di civiltà.


Luisa Bossa

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