# 103 – Governo senza coraggio, cittadinanza come diritto e opportunità

# 103 – Governo senza coraggio, cittadinanza come diritto e opportunità

Bambini italiani a cui si nega l’identità. E’ questo il risultato della mancanza di coraggio del governo e della maggioranza, a cominciare dal Pd, sulla tristissima vicenda dello Ius soli. Bambini nati in Italia, che hanno frequentato le scuole italiane, che parlano solo l’italiano, che non hanno altra nazione che la nostra, che tifano Roma, Napoli, Juventus, che vivono qui dalla nascita, che si mescolano serenamente – per fortuna – nelle scuole coi loro coetanei, nei gruppi di amici, e che però si vedono respinti dall’ottusa burocrazia e dalla incredibile chiusura mentale della politica e della cattiva propaganda.

Ci voleva più coraggio.

Il capogruppo del Pd al Senato, Zanda, ha detto che non ci sono i numeri per approvare la nuova legge sulla cittadinanza. La stessa norma, però, oltre un anno fa fu approvata alla Camera. I numeri si trovarono. Dicono che al Senato i margini siano risicati e che i centristi e i grillini avrebbero votato contro. Bene, lo facessero. Si assumessero questa responsabilità davanti agli italiani.

Invece, il coraggio è mancato, anche alla fine della legislatura. E’ mancato soprattutto a chi, come il Pd, tante volte ha forzato la mano con voti di Fiducia (addirittura sull’Italicum) ma oggi fa un passo indietro sulla cittadinanza. Evidentemente i diritti di questi ragazzi non pesano abbastanza sulla bilancia della politica. O forse si ha timore di sfidare l’opinione pubblica, a cui però bisogna spiegare bene le cose, con coraggio, con chiarezza.

Di cosa parliamo quando ci riferiamo alla nuova legge sulla cittadinanza?

La norma approvata alla Camera e ormai arenata al Senata prevede due nuove forme di acquisizione dello status di cittadino italiano: quello per chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno con permesso di lungo soggiorno. Quindi non uno straniero qualunque ma uno che è qui da decenni, ha lavoro, casa, rispetta le leggi, è integrato. Un bambino, quindi, che nasce in Italia non per caso ma per precisa scelta di vita dei suoi genitori, che qui sono insediati strutturalmente.

La seconda circostanza è il cosiddetto ius culturae: diventa cittadino italiano il ragazzino straniero che, entro il compimento del dodicesimo anno di età, abbia frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale, uno o più cicli scolastici. Parliamo anche in questo caso di bambini inseriti strutturalmente nella nostra società. Sono italiani di fatto e di lingua, di cultura e di mentalità, di vita e di nascita. Ma noi li trasformiamo in apolidi. Gli rendiamo la vita difficile. Gli diciamo che devono attendere il diciottesimo anno di età e una trafila infinita, con difficoltà coi passaporti, coi documenti, con una perenne sensazione di sospensione ed estranietà.

Neghiamo a un bambino italiano il diritto di sentirsi tale. Possiamo un giorno meravigliarci se uno di questi ragazzini traditi dal paese dove sono nati, divenuto adulto, vada a cercare altre identità, magari quelle di un radicalismo religioso da cui dovremmo tenerli lontani invece che spingerceli? Dire no alla nuova cittadinanza non significa solo negare un diritto e compiere una ingiustizia ma anche indebolire la sicurezza nazionale, creando aree di non riconoscimento e quindi di rischio marginalità. Purtroppo, questo discorso si è frantumato sulla propaganda, sulla demagogia, sulla mancanza di coraggio, e l’amarezza è davvero tanta.


Luisa Bossa

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