#109 – Perdere o perdersi?

#109 – Perdere o perdersi?

Per vincere bisogna costruire una larga coalizione, con tutti dentro: da Alfano a Bersani, magari anche Bertinotti, se gli torna voglia di politica. Questo il mantra che corre in questi giorni, soprattutto in casa Pd. Dopo aver, per anni, praticato l’arroganza, oggi predicano la pace e invocano l’unità. Ma chi lacera la tela invece che tesserla, poi può lamentarsi che questa è strappata? E può chiedere che venga rammendata di corsa solo per ragioni elettorali?

Mi sembra una cosa paradossale.

Si è andati avanti, in questi anni, con toni roboanti, contro tutto e tutti: la furia rottamatrice non ha risparmiato le persone, le loro storie, le complessità; non ha risparmiato i sindacati, le istituzioni repubblicane; ha travolto dialoghi, ragionamenti, tentativi di mediazione. Adesso si dice: sediamoci a un tavolo e costruiamo qualcosa assieme. Ma se fosse stato possibile, forse un pezzo significativo del Pd non se ne sarebbe andato, no? Sarebbe rimasto al Nazareno e avrebbe condotto una battaglia interna, come si è sempre fatto. Scindersi da un partito è un atto traumatico per tutti. Lo si fa quando la misura è davvero colma, e mai per ragioni personali o contingenti. Lo si fa quando la percezione è di un cambio radicale di rotta, di un mutamento culturale fondamentale, di una capriola genetica. Se abbiamo lasciato il Pd, e prima di noi molte migliaia di elettori, è perché è maturata la consapevolezza che quello non è più un partito di sinistra, mentre di sinistra c’è un gran bisogno nel nostro Paese.

Gli osservatori, però, dicono: nessuno vi chiede di tornare nel Pd, dovete fare solo un’alleanza. E che cosa sarebbe, poi, quest’alleanza se non il collocarsi sotto l’ombrello protettivo del grande partito in cambio di qualche seggio sicuro? Cosa penserebbero gli elettori di una scelta così, sia di chi la promuove sia di chi vi aderisce? La definirebbero in un modo solo: opportunismo.

Noi siamo nati per essere diversi e per sottolineare la nostra diversità. Crediamo nei valori della sinistra intesa come lotta per l’equità, per la giustizia sociale, per il lavoro, per le classi disagiate. E ci crediamo immaginando una politica che si muova nel solco delle scelte etiche, di principio, coerenti.

Meglio perdere che perdersi, disse alcuni anni fa Walter Veltroni, intendendo indicare a tutti noi la necessità di non smarrire i valori costitutivi del proprio impegno politico. Certo, vincere piace a tutti. Ma bisogna sempre chiedersi a che costo, e se quel costo vale il gioco.

Noi crediamo che si debba vincere, certamente, ma per governare con le idee in cui crediamo. Niente pastrocchi, quindi. Niente improvvisazioni. Ci fossero nel Pd svolte serie sul programma (tutele del lavoro, investimenti, welfare, sanità, scuola, pensioni) allora se ne potrebbe parlare. Ma se ci fossero quelle svolte, che Pd sarebbe? Ci sembra impossibile ma diciamo improbabile, per non chiudere ogni aspettativa. Anche se, a margine, c’è una cosa che nessuno dice mai: tutti parlano della possibile vittoria di Berlusconi o della prevalenza dei Cinque stelle. In realtà, alle prossime elezioni, sicuramente qualcuno arriverà primo, qualcuno secondo, qualcuno terzo. Ma nessuno vincerà, lo sanno tutti. Non c’è premio di maggioranza. Nessuno avrà il 51% dei seggi. Sarà un parlamento bloccato, che costringerà ad alleanze successive per formare un governo. Per questo sarà importante avere su quei banchi molti parlamentari della sinistra, che vadano a rappresentare con nettezza, con coerenza, con rigore, un trattro programmatico e culturale preciso: stare dalla parte dei più deboli, stare dalla parte del lavoro, di chi ha bisogno. Insomma, stare a sinistra. Questo significa vincere.


Luisa Bossa

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