#91 – Attenzione all’uomo solo al comando

#91 – Attenzione all’uomo solo al comando

La vittoria di Emmanuel Macron, in Francia, è stata accolta da moltissima gente con soddisfazione. Anche da quelli che non lo avrebbero mai sostenuto nei loro Paesi. Anche da quelli che lo avrebbero considerato troppo liberista, troppo interno al mondo della finanza globale, troppo sintonizzato sulle onde del sistema. E’ stata accolta con un sospiro di sollievo perché è sembrata una inversione di rotta rispetto al buio pesto di populismi, muri e razzismi che da qualche tempo sembravano aver contagiato, irrimediabilmente, l’Occidente.

La Brexit, con quel suo contenuto di protezionismo e nazionalismo, con quel suo sotterraneo, non confessato, sentimento escludente, un po’ razzista. Poi Trump, lo choc del giorno dopo. Quello che mai nessuno avrebbe creduto di vedere alla Casa Bianca, che scalza Obama, la grande speranza, e si insedia su parole d’ordine di destra. Poi la paura in alcuni Paesi del nord Europa, dove alla fine, per un soffio, hanno prevalso le istanze democratiche. Infine, lo scontro francese, il timore che si creasse lo spazio per il Fronte nazionale, per Marine Le Pen, per l’estrema destra xenofoba, autarchica, populista, che avrebbe aperto una crepa nella quale si sarebbero poi infilati tutti i partiti della demagogia e della paura.

Quindi, Macron, alla fine, è stato salutato come un salvatore. Come l’argine democratico. Ed è come se avesse vinto un po’ dappertutto, non solo in Francia.

Faremmo, però, un torto alla politica se leggessimo nella sua vittoria solo questo elemento, e non la analizzassimo a fondo. Nel trionfo di questo quarantenne, infatti, ci sono anche altri elementi che ci parlano, e su cui dobbiamo riflettere, arrivando così a capire che le scosse alla democrazia non sono finite. Lo stesso Macron, che rappresenta sicuramente un volto pacifico, di apertura culturale, di umanesimo progressista, di riformismo, quindi rassicurante rispetto alla Le Pen, contiene a sua volta elementi populistici, e quindi di deriva antidemocratica. E’, per esempio, il culto del nuovismo o quello dell’equidistanza culturale: non sono né di destra né di sinistra, ha detto il nuovo presidente francese durante tutta la campagna elettorale, intonando un mantra caro ormai ovunque. Con questo ritornello ha preso voti a destra e anche a sinistra, annientando i partiti tradizionali, per la prima volta entrambi fuori dal ballottaggio. Con questo rituale, Macron ha fatto un suo partito personale (En Marche, con le iniziali del suo nome e cognome!) e ora corre per le legislative con l’ambizione di arrivare primo. Tutto nel nome di una persona sola al comando, scardinando partiti, tradizioni, culture di riferimento, classi dirigenti, e demolendo quella idea di politica, tanto cara alla democrazia occidentale, fatta di comunità, di luoghi plurali, di ragionamenti condivisi.

Anche in Francia, alla fine, votando Macron, quindi un candidato più colto e più integrato, ha soffiato un vento antipolitico, che è tutt’altro che domato e continua a rappresentare il vero pericolo per la nostra democrazia. E’ la cultura autoritaria che aleggia su queste candidature personali, su questi partiti personali, su queste corse solitarie, su questi “ci-penso-io”, a doverci preoccupare. C’è una crisi della rappresentanza, c’è una tendenza al mandato in bianco. Tutto il potere a uno, nel nome dello scardinamento. Ma questo uno – è la grande lezione occidentale – non si sa mai che piega possa prendere. All’io, la democrazia preferisce sempre il noi. Smarrita la via plurale, il pericolo è in agguato. Anche se indossa l’abito buono.


Luisa Bossa

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