#92 – Dilettanti allo sbaraglio

#92 – Dilettanti allo sbaraglio

Ha destato sorpresa e polemica la sentenza del Tar Lazio sulla nomina dei direttori museali. Il Ministro Franceschini ha immediatamente reagito, dicendosi “senza parole” per la decisione di annullare gli atti di nomina di cinque direttori, tra cui quello del Museo archeologico nazionale di Napoli. Per i giornali, la decisione del Tar andava a colpire la scelta di indicare, per quei siti, anche direttori stranieri. In realtà, come poi è emerso da un approfondimento, la pronuncia del Tar si è formata su una serie di obiezioni su cui varrebbe la pena soffermarsi, in modo da avere più chiaro anche il quadro di come si è lavorato in questi anni, e di come molti problemi sono figli più dell’improvvisazione che di fantomatiche forze della conservazione.

I ricorsi alle nomine dei direttori hanno, infatti, segnalato al Tar molti punti critici. Intanto, le modalità di svolgimento delle prove, il meccanismo attraverso il quale si sono formati i punteggi. Una procedura che il Tribunale amministrativo ha definito magmatica, opaca, non trasparente, quindi senza sufficienti garanzie per i diritti di tutti i concorrenti e senza adeguate misure di rispetto per la normativa (e la Costituzione) che impronta la gestione degli uffici pubblici all’imparzialità e al buon andamento.

Qui, bisogna fare un ragionamento più attento. Non c’è dubbio che i nostri siti culturali debbano, nella loro gestione, assumere connotati di modernità, aprirsi al mondo, guardare oltre, essere capaci di una conduzione più manageriale, che ne esalti le potenzialità e ne utilizzi la forza. Ma si può trasferire per intero nella Pubblica amministrazione la logica gestionale e selettiva di un’azienda privata? La sentenza del Tar, a ben vedere, censura proprio questo trasferimento di logica, dal privato al pubblico. Uno degli elementi censurati dal Tar è che gli esami orali per la scelta dei direttori si sono svolti a porte chiuse. In due casi addirittura via Skype, con i candidati che erano all’estero. Si dirà: è la modalità di selezione di tutte le grandi aziende private, che scelgono chi gli pare, come gli pare, con l’occhio agli obiettivi e non alle procedure. Ma lo Stato non può fare così. Quando seleziona, deve garantire imparzialità, correttezza e trasparenza. Quindi deve tenere procedure di esame che siano oggettive, chiare, uguali per tutti, con adeguate misure di garanzia per i concorrenti e per i cittadini. I colloqui, quindi, dovevano essere a porte aperte, condotti in presenza di chiunque volesse assistervi; dovevano essere improntati a criteri oggettivi di valutazione del valore del concorrente, e questi dovevano essere poi descritti e codificati con chiarezza, nei voti e nei giudizi. In modo che si sapesse chi ha vinto e perché e come. Tutto questo non è avvenuto. Come, peraltro, non è avvenuto che negli atti normativi e nei bandi che hanno dato vita alla selezione si inserisse esplicitamente una deroga alla norma che prevede che certi incarichi della Pubblica amministrazione non siano affidati agli stranieri. Non si tratta di decidere se è giusto o no ma una volta che lo hai deciso, devi scrivere una norma, devi inserirlo nei bandi. Se costruisci atti impefetti, scritti male, con carenze e mancanze, e poi svolgi prove selettive che non hanno le caratteristiche previste per la Pubblica amministrazione, la colpa non è del Tar ma tua. Un bando scritto meglio e una procedura improntata alle regole, non avrebbe creato questo pasticcio. Invece di lamentarsi sempre di chi controlla, si guardasse alla propria approssimazione e alla superficialità dei propri atti.

Se l’Italia perde tempo è per questo dilettantismo, non per i Tar.


Luisa Bossa

Comments are closed.